martedì, gennaio 31, 2006

Chess hard game

Ho imparato che ci si può difendere anche attaccando e spostandosi solo davanti. Faccio delle mosse, e penso alle conseguenze. Cerco la mossa giusta per non soffrire e per non perdere la mia partita, per non chiudermi con le mie stesse mosse. Sto giocando ad uno, un brutta cosa, fa male, tanto male, ma insegna a ragionare velocemente. Non insegna a pensare bene, a fare le scelte migliori, ma all'arte della velocità. Le stanze, i muri, le vie dell'uni e tutti gli ambienti in cui cammino sono divise da quadrettini. Maledetti quadretti. Non è possibile, le persone si preoccupano delle mosse degli altri. Mi accorgo di non essere l'unico a vedere i quadretti: un ragazzo cammina saltellando sulle mattonelle grigie, e quando finiscono indietreggia su quelle chiare. Cacchio è un nerd, un nerd informatico. Ma lui forse ha qualche problema non sa neanche che può muovere la regina anzichè se stesso. Non importa, i quadretti non vanno via.

Ho imparato che posso realizzare un tipo di gioco esclusivamente controllato da me. Si proprio io lo posso controllare, basta non perdere la fiducia di vincere, basta concentrarsi. Però i quadretti portano ad altri pensieri, cacchio, inizio a vedere otto regine sulla scacchiera. Come posso fare per metterle in posizioni tali che nessuna è in posizione d'attacco dell'altra? La regina è il pezzo più importante, si può muovere in qualsiasi direzione e di quanti quadretti vuole, ma anche se muore è la strategia che permette di vincere una battaglia.

Restare immobili, fermi è uno sbaglio, un grosso sbaglio. Rinunciare a giocare è uno sbaglio ancora più grosso, non importa se le prime volte perdi, l'importante e giocare, giocare, giocare e non stare mai fermo. Non importa se rimani con solo il re, c'è sempre lo stallo, sii ottimista, pui comunque non perdere. Potrebbe andare a finire che nessuno si vuole scomporre e si crea una partita finta, senza agonismo. La competizione è importante, ti stimola, ti aumenta l'adrenalina e ti porta a fare cose che non pensavi di fare. Cacchio, tocca a me. Muovo il mio cavallo nero ed il re è impossibilitato a muoversi, è matto. Difficile, molto difficile, ma non sono io che sono stato bravo, è l'avversario che ha commesso un errore in più di me. Mai restare fermi, anche commettendo degli errori, mai restare a guardare. La prossima volta sono sicuro che mi batterà ed io sarò più forte.

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lunedì, gennaio 30, 2006

Uno strike alla consuetudine

La consuetudine è una natura che distrugge la prima.

Ieri sono stato al bowling. Era da tanto che non ci tornavo e ho avuto la fortuna di andarci con dei buoni amici. Uno l'ho convinto dicendogli che era da tanto che non si andava a fare due spare, come ai vecchi tempi, mentre l'altro chiedendogli di non fare il pappagallo e di andare contro la solita, scontata consuetudine. Il bilancio è stato piuttosto positivo dato che ho riscoperto di avere un braccio che al confronto un goniometro è meno preciso. Abbiamo giocato 5 partite e alla fine sono uscito con la media di 156 punti per game: non male considerando che era da tanto che non prendevo in mano una palla da dieci chili.

Certo, il Grande Lebowsky era più bravo, ma lui andava al bowling tutti i giorni, era un professionista e beveva consuetudinamente un white russian per riscaldarsi. Forse non aveva un braccio come il mio, però lui era allenato e questo fa la differenza. Tuttavia non vorrei essere nei panni di Lebowsky, che giocava sempre al bowling e si rifiutava di combattere la consuetudine. Io ci sto mettendo parecchio impegno e sto cercando di convertire qualche amico.

La consuetudine spesso ha il lato positivo di unire gli amici sempre attorno allo stesso tavolo, con la solita bibita, ma ha anche il lato negativo di portare le persone a fare sempre le stesse cose, gli stessi discorsi. Quindi vorrei non essere rapito dalla consuetudine, ma vorrei rapire la consuetudine, avvolgendola in una busta, e liberarla solo quando la solitudine avanza. Questo non significa però imprigionare anche gli amici nella stessa busta, anzi, tenere fuori gli amici e fare tutti insieme uno strike contro la consuetudine. E' chiaro che se uno fa spare non cambia niente, l'importante è abbattere tutti i birilli che la consuetudine tiene su.

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domenica, gennaio 29, 2006

Il connessionismo di Turing

L’interesse di Turing sulla possibilità che le macchine possano pensare e il suo sogno di modellare la mente umana con una macchina, risalgono all’uscita del suo scritto sull’intelligenza meccanica del 1948. Turing non aveva un grande interesse nel pubblicizzare la sua idea, quindi il paper non venne pubblicato fino al 1968, 14 anni dopo la sua morte, nel giornale Machinery Intelligence. E' sorprendente che il suo principale alla NPL, il signor Charles Darwin, nipote del più conosciuto naturalista inglese, abbandonò il manoscritto del 1948 ritenendolo un saggio di uno scolaro.

Dal punto di vista della ricerca sulle reti neurali, il connessionismo è un movimento delle scienze cognitive che si prefigge di illustrare le abilità intellettuali umane usando le reti neurali artificiali. Il connessionismo nell’intelligenza artificiale propone un nuovo modello per la costruzione e programmazione di hardware e software ispirati al cervello umano, denominato “Parallel Distributed Processing (PDP)” che elabora le informazioni dei vari sensi in maniera parallela, evitando il “Von Neumann - Bottleneck” dei modelli contemporanei, dove tutte le informazioni devono passare serialmente per la CPU.

Turing denomina la sua rete con il termine “macchine non organizzate” e non c’è dubbio che egli fosse ispirato al sistema nervoso umano quando le concepì. Questi modelli sono stati costruiti in un modo casuale e sono organizzati da un agente esterno, un “insegnante”. Inizialmente le macchine sono completamente non organizzate, comparabili al cervello di un bambino, ma a seguito di un appropriata interferenza, ossia una precisa educazione, esse potranno essere organizzate per produrre il risultato prefissato. Non sarebbe leale aspettarsi che una macchina uscita fresca dalla fabbrica sia completa come un laureato. Egli ha avuto contatti con altri esseri umani per venti e più anni, e questi stimoli hanno continuamente modellato il suo comportamento lungo tutta la vita.

`E possibile affermare che nella misura in cui una persona è una
macchina, lo è solo come strumento soggetto a moltissime interferenze.

La corteccia cerebrale di un neonato può essere vista come una macchina non organizzata, che può essere organizzata con un opportuno addestranento tramite l’interferenza. L’educazione di un bambino dipende in larga misura da un sistema di premi e punizioni e questo suggerisce che dovrebbe essere possibile realizzare
l’organizzazione con solo due stimoli di interferenza, uno per “piacere” o “premio” e uno per “dolore” o “punizione”.

Alcune critiche affermano che è impossibile realizzare una macchina veramente intelligente, infatti né l’intelligenza artificiale né la vita artificiale hanno prodotto qualcosa che può essere confusa con un organismo vivente per più di un
istante. Qualcosa deve essere sbagliato. Rodney Brooks propose quattro possibilità:
1. si stanno prendendo i parametri sbagliati;
2. si stanno costruendo modelli che sono sotto una certa soglia di complessità;
3. forse si sta ancora aspettando la potenza dei computer;
4. si sta dimenticando qualcosa di fondamentale e inimmaginabile nei nostri modelli biologici.

Gli psicologi, i filosofi, gli informatici, i linguisti offrono vari aspetti e metodologie per lo studio dell’intelligenza, ma sopra tutti esiste la relazione fra la mente ed il cervello che rappresenta, attualmente, la più importante domanda della scienza della vita.

[1] Longo Luca - Università degli Studi dell'Insubria - Il connessionismo di Turing
[2] Longo Luca - Università degli Studi dell'Insubria - Presentazione

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sabato, gennaio 28, 2006

Il bello della neve

Neve. La città ne è ricoperta. Mi sembra di essere all'interno di una di quelle sfere di cristallo che si comprano dai rigattieri. Magari qualcuno si sta divertendo a scuoterla per poi rimanere ad osservare in silenzio quella bianca cascata. Tutto tace. Il bello della neve è questo in fondo. Il bello della neve è che porta i rumori lontano, in un luogo remoto. Il bello della neve è che crea una atmosfera di pace e luce. Il bello della neve è che trasforma il mondo in uno surreale in cui vorresti stare per sempre. Il bello della neve è che invece sono in piedi davanti alla finestra della mia camera, coi capelli ancora arrufati, appena svegliato, con il computer già acceso e sgranocchio un pezzo di cioccolato fondente.

Guardo fuori il bello della neve. Le strade sono deserte, solo qualche impavido, con grossi scarponi, affronta la tempesta per spalare la neve o per pulire la propria autovettura. Il bello della neve è che tutto tace. Mi riprometto di scrivere un bel post su questo fantastico blog, per ricordare questa giornata record, in cui sono caduti ben 70 cm di neve, ed era dal lontano 1985 che non accadeva: questo è il bello della neve. Ero piccolo, quindi non ricordo esattamente l'evento. Ma il bello della neve è anche questo: ti porta lontano con i pensieri. Adesso sono appoggiato al termosifone, guardando fuori dalla finestra, osservando il silenzio. Il bello della neve è che andrò a spalare davanti al garage e andrò a fare qualche foto in questa città di nome Varese, giusto per vedere che atmosfera c'è è per immortalare il bello della neve in un paese del nord Italia.

E' ora di rimettersi al lavoro. Il bello della neve è che c'è ancora, ma la primavera prima o poi ce la porterà via. Mi godo questo momento con una cioccolata calda e penso...che bella la neve.

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venerdì, gennaio 27, 2006

Il free di Stallman

Il copyright è di destra, il copyleft è di sinistra.

Stavo parlando un paio di giorni fa con i compagni accademici sui vari tipi di licenze commerciali e non, relative al software e ai lavori cartacei. Mi è venuto in mente il giorno in cui ho conosciuto di persona uno degli hacker più leggendari, portavoce del movimento cyberpunk, il signor Richard Stallman. Era il 24 Febbraio del 2005 per la precisione e rimasi affascinato dalla spontaneità e vicinanza di quell'uomo.

Nel 1984 fonda il progetto GNU , e sviluppa il sistema operativo libero GNU (un acronimo per "Gnu is not Unix") per dare, come sostiene lo stesso Stallman, a coloro che utilizzano i computer la libertà che la maggior parte di loro hanno perso. Richard è il principale autore del compilatore C-GNU, progettato per funzionare con molte architetture e diversi linguaggi. Ha anche scritto vari programmi GNU, tra cui GDB (GNU symbolic debugger), GNU Emacs, il più famoso editor per linux. Egli è un sostenitore del software libero che si oppone nettamente a quello di copyright e all'idea che chi scrive qualcosa abbia, poi, il diritto di decidere cosa devono farne gli altri.

L'idea del copyleft invece consiste nel dare il permesso di modificare il programma, di distribuirlo, e di pubblicarne una versione perfezionata. Ogni volta, però, che questo programma viene distribuito, si devono usare esattamente i termini indicati senza cambiamenti; in tal modo, chiunque ottiene una copia del software riceve la stessa libertà che si fornisce all'utente primo. Richard sostiene che lavorando con del free software si è meglio protetti da eventuali errori che si possono manifestare nei programmi: chiunque, infatti, può correggere eventuali errori o segnalarli al programmatore, nel caso del software libero sempre rintracciabile, da cui si è ricevuto il software.

Stallmann contesta l'intero sistema di gestione e di diffusione dell'informazione che si basa sul concetto di proprietà, soprattutto perché è un sistema il cui scopo primario è il guadagno economico, piuttosto che la libera circolazione delle idee .

Il suo contributo in campo informatico ed etico gli ha permesso, nel 1991, di ricevere il premio Grace Hopper dalla Association for Computing Machinery per la creazione e lo sviluppo negli anni '70 del primo editor di testi "Emacs". Ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui una borsa di studio nel 1990 da parte della MacArthur Foundation e un dottorato onorario nel 1996 del Royal Institute of Technology of Sweden. Nel 1998 è stato insignito, assieme a Linus Torvald, dell'onorificenza Electronic Frontier Foundation's Pioneer.

Insomma un rivoluzionario digitale che "vive vendendo spillette".

Richard Stallman

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giovedì, gennaio 26, 2006

Spam, informatici e figure di ...

Il termine trarrebbe origine da un divertente sketch del Monty Python's Flying Circus ambientato in un locale nel quale ogni pietanza proposta dalla cameriera era a base di Spam (un tipo di carne in scatola). Man mano che lo sketch avanza, l'insistenza della cameriera nel proporre piatti con "spam" ("uova e spam, uova pancetta e spam, salsicce e spam" e così via) si contrappone alla riluttanza dell'avventore per lo "spam", il tutto in un crescendo di un coro inneggiante allo "spam" da parte di alcuni Vichinghi seduti nel locale.

Lo Spam è un tipo di carne in scatola (Spam -> Spiced Ham) della Hormel Foods Corporation entrato a far parte del folklore. L'ho provata ad Oxford, in Inghilterra per la prima volta, e date le mie tendenze nerd, mi è piaciuta. Certo non è il mio piatto preferito, ma abituato a mangiare qualsiasi cosa, lo Spam non era poi cosi male. Attualmente, nel mondo tecnologico in cui viviamo, lo spamming (detto anche fare spam) è l'invio di grandi quantità di messaggi elettronici non richiesti. Può essere messo in atto attraverso qualunque media, ma il più usato è Internet, attraverso l'e-mail.

Oggi, rimanendo in tema di cibi malsani e nerd, ho assistito ad una scena di un collega in università, che non mi sarei mai aspettato da un informatico. Non faccio nomi per non invadere la sfera privata del malcapitato, che nonostante la figura di ... si è difeso con le unghie. Alle 9 c'erano delle presentazioni in aula in cui dei ragazzi, me compreso, dovevano esporre il proprio lavoro. Verso le 10:30 tocca ad un mio amico che inserisce la chiavetta usb nel laptop comune. Cercava un file powerpoint, (e già qui passibile di punizione), ma ad un certo punto il colmo per un informatico si è presentato ai miei occhi:

aveva copiato il link al powerpoint anzichè il file, dunque non aveva a disposizione la presentazione.

Avrà forse mangiato spam a colazione o ricevuto qualche mail indigesta? Chissà, non sono affari miei, però non c'è mai(l) limite alle figuraccie che si fanno.

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mercoledì, gennaio 25, 2006

La stella dell'uomo

Una mia amica qualche giorno fa mi ha detto:

Ognuno di noi ha la propria stella.

Folgorato da questa affermazione mi è venuto subito in mente il giorno 11 Maggio del 1999. Tanti, per lo più varesini si ricorderanno quella data. Proprio cosi, era sera e mi trovavo in località masnago, più precisamente al famoso palazzetto di basket della città giardino. Ero li, come migliaia di persone, di fun, di tifosi, tutti uniti per assistere ad un evento imperdibile. Non tutte le persone hanno la fortuna di partecipare ad una cosa simile: io mi sento straordinariamente fortunato e ne vado fieri.

La Pallacanestro Varese, allora roosters, stava giocando gara 3 dei play off, in casa, proprio a masnago. La situazione era a vantaggio dei padroni che si erano imposti nella prima gara sempre in casa, ed avevano espugnato, in gara due, il parquet di Treviso. La Benetton non aveva fatto i conti con Pozzecco, Meneghin & company. Era la gara decisiva e qualcosa di veramente importante stava per accadere:la vittoria dello scudetto. L'ultimo scudetto di Varese risaliva a 21 anni prima, ai tempi di Meneghin padre. Questo però non era uno scudetto qualunque, ma era il decimo scudetto, la stella, la prima per i Roosters e per tutta la città.

Il palazzetto era pieno, non c'erano posti neanche sulle scale, sulle tribune, in parterr, tutto esaurito, tutto. Ogni metro quadro di quel luogo era avvolto da bandiere, fischi, urla, applausi. Era una emozione indescrivibile. Io ero in gradinata, ma lo sapevo, anzi ci speravo, che da li a poco le cose sarebbero cambiate.

Varese, dopo un avvio incerto, iniziò a giocare bene, grintosa e col passare dei minuti l'atmosfera era sempre più calda, un sapore diverso dal solito, nuovo, inimmaginabile, mai provato. Era qualcosa di bello, la gente aveva i brividi. Ormai mancavano pochi secondi e la squadra era parecchi punti avanti. Era fatta. Varese stava vincendo lo scudetto, ma ripeto, non uno qualsiasi. Allo scadere della partita il campo venne letteralmente avvolto dai tifosi, non si capiva più niente. Pozzecco, con il naso rotto, per uno scontro contro un "nemico", era li, sul tavolo dei refertisti, gasato come non mai. Era una bella emozione. Io ero li, in mezzo alla ressa, praticamente attaccato a Pozzecco, la mia maglietta si era sporcata del suo sangue. Ma quando dal cielo iniziarono a scendere le stelle, allora la gente si rese veramente conto che in quell'occasione si stava scrivendo un capitolo della storia del basket:
La Pallacanestro Varese aveva vinto la sua prima stella, ed io ero li.

Un emozione indescrivibile, irripetibile temo. Ma io ero li, e sono felice di raccontare questa bellissima esperienza, da tifoso di Varese ad amante del basket.
Da questa gioia bisogna saper trarre una grossa considerazione:
Ognuno di noi ha la propria stella.

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lunedì, gennaio 23, 2006

La vita è tutta un quiz

Una canzone di Renzo Arbore faceva cosi:

si la vita e' tutt'un quiz
e noi giochiamo
e rigiochiamo
perche' noi non ci arrendiamo
fino a quando non vinciamo
si la vita e' tutt'un quiz
e se indovini
quante emozioni
perche' e' col quiz
che ci danno i milioni
eviva le televisioni
....
E' proprio cosi, la vita è tutta un quiz. Da quando ci alziamo, presumibilmente, la mattina fino a quando metti il pigiama, alla sera. La vità è fatta di quiz, facili e difficili. Anche l'università è fatta di quiz e dunque anche gli esami. Però mai avrei pensato, in un esame, di dover risolvere un solo esercizio, da tre ore, in cui, date n monete, e sapendo che una fra queste ha peso differente, dover dire quale è quella diversa operando delle pesate su una bilancia.

La vità è tutta un quiz e anche TIT è un tutto un quiz (Teoria dell'Informazione e della Trasmissione). Quiz alle volte assurdi, difficili, affascinanti, semplici, ma quasi tutti con almeno una soluzione. Mike Bongiorno la sapeva lunga ed il suo lascia o raddoppia era un grande quiz. Anche le ragazze sono dei quiz: alle volte semplici, alle volte problematiche. Anche la matematica è un quiz: non si sa mai da che parte iniziare e non si sa dove si va a finire.

C'è chi i quiz non piace risolverli, c'è chi non è in grado di risolveri e c'è chi non può risolverli. La vita è tutto un quiz o meglio il quiz è la vita.

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sabato, gennaio 21, 2006

La vita è una Malloc

La vita di tutti noi è una Malloc().

Come volevasi dimostrare. L'allocazione della memoria è un problema da non sottovalutare, sia in un programma C, sia nella vita di ogni individuo. La memoria deve essere sollecitata per recuperare le informazioni, deve essere allenata per reperirle in maniera rapida, deve essere ben strutturata per recuperare le giuste informazioni, ma soprattutto deve essere allocata.

Come al solito i neofiti, o meglio dummies del linguaggio C commettono gli stessi errori. Va bene che il C non è un linguaggio semplice come il Visual Basic, e non è soprattutto inutile come il Visual Basic, però i newbie dovrebbero studiare un pochino di più.

Il problema che è sorto ad un caro amico di cui non faccio nomi per rispetto (:-), è appunto il problema dell'allocazione della memoria. I dati dinamici, come l'allocazione di variabili all'interno di cicli loop o costrutti if, for, procedure(man), hanno validità esclusivamente all'interno del costrutto in cui sono dichiarati. Come tali sono variabili memorizzate nel segmento stack, che cresce verso il basso. I dummies, non i nerd, dovrebbero imparare questa cosa e sapere che le variabili allocate con Malloc() sono memorizzate nel segmento Heap, non dinamico, che cresce verso l'alto. L'errore compiuto dal mio amico era appunto questo: pretendeva che le variabili del segmento stack avessero validità per tutto il ciclo di vita del programma, e pretendeva il loro utilizzo anche al di fuori dell'ambito in cui erano stati dichiarati.

La stessa cosa vale per il ciclo di vita di un individuo: non si può pretendere che un'informazione possa essere reperita se non viene memorizzata e quindi bisogna far uso di un potente allocatore di memoria, come il cervello. E' importante memorizzare ciò che si ritiene importante, anche una sola volta, in maniera fissa, in modo che, con specifiche ricostruzioni, è possibile reperire il dato in maniera più meno rapida dipendetemente dal suo utilizzo.

Ricordate dunque di usare la Malloc() e cercate di memorizzare le informazioni importanti, come questo post, in una parte celebrale non dinamica e volatile.

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giovedì, gennaio 19, 2006

Piazza affari e finanza comportamentale


Oggi sono stato a Piazza Affari più precisamente nel Palazzo Mezzanotte dove c'è la Borsa [1]. Ho partecipato ad una conferenza in cui si è ripercorsa l'evoluzione della borsa italiana, dal tempo delle "grida" ai nostri tempi, in cui le tecnologie sovrastano su tutti e gli scambi finanziari avvengono sotto forma di bit.

Si è parlato anche della finanza comportamentale [1] e ho scoperto il perchè di molti comportamenti degli investitori alle prese con le transazioni finanziarie borsistiche. E' da diversi anni che "gioco" in borsa anche se attualmente molto meno. Dopo la "bolla speculativa" del 2000, tutti abbiamo la pelle bruciata. In questi anni ho imparato molte cose sul come operare in borsa. Ho conosciuto molti strumenti derivati, opzione etc. e ho imparato in qualche modo, più con la pratica, a gestirli. Naturalmente non sono un grosso investitore, neanche uno piccolo, microscopico direi, contro i 3,7 miliardi di euro di contrattazione giornaliere del 2005 in borsa.

Però ho imparato dall'analisi fondamentale, dai rumors borsistici e dal trading intraday come muovermi nel complesso mondo dell'investimento borsistico. La finanza comportamentale è molto utile per questa tipologia di operazioni: inanzitutto bisogna conoscere se stessi, in maniera netta. Immaginate una sfera con tre cerchi concentrici una dentro l'altra. In quella più esterna non c'è influenza e nemmeno controllo: ad esempio un piccolo investitore non ha il controllo della borsa e non ha influenza su di essa a causa del controvalore delle sue modeste transazioni telematiche. La circonferenza nel mezzo ha influenza ma non il controllo: un padre può influenzare il figlio dicendo di non fumare, ma non può controllarlo se lo fa quando è con la sua ragazza. La terza sfera, quella più piccola centrale ha controllo e influenza: ciò è rappresentato da NOI STESSI.
Quindi bisogna credere in noi stessi, avere disciplina metodo e regole, sia nella vita che per operare in borsa. La stima di se stessi è fondamentale ed agisce in qualche modo sulla nostra psicologia. Noi abbiamo influenza su noi stessi e abbiamo il controllo totale.

Una volta che conosciamo noi stessi possiamo individuare di che cosa abbiamo realmente bisogno, di che tipo di guadagni vogliamo raggiungere. Con disciplina e metodo possiano provare ad operare in borsa e naturalmente in qualsiasi campo, ma ciò non garantisce il successo. In ogni caso, è importante fissare degli "stop loss" ossia dei punti sotto i quali limitare le perdite e quindi, anche nella vita, i danni. In questa sessione a Palazzo Mezzanotte ho anche scoperto che i miei "algoritmi genetici" [3] sono proprio usati in finanza e naturalmente la mia ricerca non è stata del tutto inutile.

[1] Borsa italiana
[2] Finanza comportamentale
[3] Algoritmi genetici

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martedì, gennaio 17, 2006

Un ufficio nuovo dietro la burocrazia

Scopo della burocrazia è di condurre gli affari dello Stato nella peggior possibile maniera e nel più lungo tempo possibile. Se vuoi peccare, pecca contro Dio, non contro la burocrazia: Dio ti perdonerà, ma non la burocrazia. Il burocrate è una persona capace di trasformare qualsiasi soluzione in un problema.

Dopo queste premesse posso procedere con quanto voglio raccontare. Oggi, dopo ben 6/7 mesi, sono entrato nel mio "nuovo" ufficio nel quale posso adempiere agli obblighi lavorativi dell'Università. Non posso pretendere molto da una struttura architettonica che è in fase di ristrutturazione, ma almeno ho un ufficio. Però, anche se sono protetto da 4 mura, anzi 3 più una vetrata che funge da porta del 1800, devo combattere contro la burocrazia italiana e contro, a mio avviso, i burocrati che la costituiscono.

Proprio cosi: la burocrazia italiana è evidente e fastidiosa, ma anche i burocrati hanno il loro ruolo all'interno di un sistema bacato. L'ufficio c'è, il problema è che non ci sono le chiavi. Mi spiego meglio. Le chiavi fisiche per aprire la porta in vetro ci sono, il problema è che per entrare ed uscire attraverso questa, bisogna avere il permesso e riconsegnare le chiavi ogni volta. Voi direte: "non c'è problema, tanto rimango chiuso 7 ore al giorno nel mio ufficio". Un particolare sfugge: l'ufficio è stato concepito per aiutare un ragazzo disabile e dunque, è inconcepibile tutto ciò.

Non è possibile che per andare in bagno devo portare le chiavi e poi riprenderle; non è possibile lasciare un ragazzo disabile in corridoio, fuori dal suo ufficio chiuso, da solo, perchè tu devi consegnare le chiavi al responsabile; non è possibile lasciare le chiavi sotto una porta di un'altro ufficio chiuso, con la responsabilità che l'impresa delle pulizie se le prenda o inavvertitamente le "spazza" via. Tutto ciò è inconcepibile soprattutto quando i burocrati ti rispondono negativamente alla domanda:

Mi prendo io la responbsabilità dell'ufficio!


Poi la gente si lamenta della burocrazia italiana. La colpa della burocrazia italiana è dei burocrati con pochi scrupoli, senza un minimo di elasticità mentale. La burocrazia è un meccanismo gigante mosso da pigmei. Se hai un problema che deve essere risolto con la burocrazia, ti conviene cambiare problema. La burocrazia e' l'incapacità addestrata. La burocrazia è un'organizzazione che non puo' correggere il proprio comportamento imparando dai propri errori. In una organizzazione burocratica, tutti i burocrati ascenderanno nella catena di comando fino al raggiungimento del loro livello di massima incompetenza.

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lunedì, gennaio 16, 2006

Costanti inaffidabili, due di picche, indifferenza e ... polinomi

Che la giornata era iniziata in maniera incasinata era ovvio.
Dopo una serata a mettere sotto sopra la mia camera e altre attigue, per cercare il passaporto, naturalmente senza trovarlo, era ovvio che la giornata seguente cominciasse in un modo non consueto. Se poi ci mettiamo di mezzo la matematica, allora la cosa si fa dura.

Prima di andare a dormire mi inviai per posta il risultato della fattorizzazione dei polinomi del tipo (x^n + 1) poichè il giorno seguente avevo l'esame di teoria dell'informazione e della trasmissione e quindi dovevo stamparmi i risultati. In secondo luogo mandai una mail ad una cara amica, per salutarla e augurarle un buon inizio di settimana dato che, fra mille impegni, non mi ero fatto sentire molto. Andai a dormire abbastanza presto (NdA 12:30) poichè il fatto di non trovare il passaporto mi aveva snervato.

La mattina, cioè oggi, iniziò con una visita in questura, per dichiarare lo smarrimento del passaporto. "L'ufficio passaporti apre alle 9:30". Bene, primo due di picche della giornata. Andai in università, per seguire le consuete lezioni. Arrivai intatto all'ora di pranzo quando, fortunatamente, mi gustai il polipo con le patate della mamma.

Dopo il prelibato spuntino mi diressi verso il laboratorio per fare un check puntuale delle mails. La stringa della scarpa era slacciata, brutto segno. Aprii la mia casella di posta elettronica da ormai 2,7 gb e improvvisamente calò su di me lo stupore. La ragazza a cui avevo mandato la mail per un saluto mi accusa di incostanza e inaffidabilità, scopro che sono stato espulso dal club di scacchi in internet, scopro che la burocrazia in Italia è più snervante del solito.

Erano quasi le due del pomeriggio, e dovevo recarmi in aula per svolgere l'esame: 3 ore di scomposizione di un polinomio, x^127+1 in Gf(2). Al termine, come al solito ristretto con i tempi, consegnai l'elaborato facendo perdere per poco il treno al docente, che si sarebbe indubbiamente risentito del mio ritardo. Da notare che durante la prova mi squillò il telefono parecchie volte, naturalmente impossibilitato a rispondere. Inoltre il numero dal quale proveniva una chiamata era sicuramente di qualche ufficio dato che, provai più volte a ricontattarlo, ma come risposta otteni un bel "numero non valido".

L'indifferenza di alcune persone prosegui in palestra anche se si potrebbe obiettare che l'indifferenza proveniva da me. Tutto ha una sua giustificazione e mi aspetto ciò anche da coloro che consideravo amici. Tornai nel calore casalingo e mi ritrovai immerso in un piatto di trofie al sugo che divorai senza troppi scrupoli. Nel frattempo mi telefonò un'altra persona, invitandomi all'annuale falò di sant'Antonio a Varese e proponendo di portare degli amici. Neanche a farlo apposta c'era un altro caro amico in chat, e gli chiesi di venire con me alla manifestazione: altro due di picche.

Dopo aver replicato alle varie mails piccanti, feci un respiro per riprendere un attimo la calma, mi concentrai ed iniziai a scrivere questo post. Eccomi quindi a questo punto, in cui non c'è più il passato.

Sono giunto ormai alla fine dello sfogo, sono le 11 e oggi andrò a dormire presto, ho bisogno di pensare. Sperando che domani il sole possa tornare a splendere e gli amici tornino quelli di una volta, rimango con un dubbio amletico:

добрыи вечер


Buona notte Luca

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domenica, gennaio 15, 2006

Algoritmi genetici

Gli Algoritmi Genetici appartengono ad una particolare classe di algoritmi utilizzati in diversi campi, tra cui l’intelligenza artificiale. Rappresentano un metodo euristico di ricerca e ottimizzazione, ispirato al principio della selezione naturale di Charles Darwin che regola l’evoluzione biologica.

La simulazione dell’evoluzione biologica ha permesso lo sviluppo della computazione evolutiva e gli Algoritmi Genetici rappresentano l’esempio più importante. I ricercatori impegnati in questo campo sono convinti che i meccanismi dell’evoluzione siano adatti per affrontare alcuni dei più difficili problemi computazionali in diversi settori, poichè, per risolverli, è necessario ricercare la soluzione tra un numero enorme di possibili alternative.

Osservando in maniera macroscopica, le regole dell’evoluzione sono notevolmente semplici: le specie si evolvono per mezzo della variazione casuale, ossia attraverso le mutazioni, le ricombinazioni e altri operatori, seguita dalla selezione naturale che favorisce la sopravvivenza e la riproduzione degli esemplari più adatti, trasmettendo alle generazioni future il loro materiale genetico.

I principali pregi degli Algoritmi Genetici sono dunque rappresentati da:
1) la possibilità di risolvere problemi complessi senza conoscere il preciso metodo di risoluzione;
2) la capacità di auto-modificazione in base al cambiamento del problema;
3) la capacità di simulare alcuni fenomeni tramite l’organizzazione ispirata a quella selezione naturale.

Gli Algoritmi Genetici offrono una notevole trasparenza nel modo di elaborare i dati permettendo di generalizzare tecniche e metodologie in contesti decisamente diversi. Essi, generalmente, si presentano come l’unica strada praticabile per individuare una o più soluzioni delle quali si conosca l’esistenza ma non la procedura algoritmica per individuarle. Attualmente però, non è chiaro se il successo degli Algoritmi Genetici derivi dalle loro prestazioni o dalla loro natura cosi suggestiva ed esteticamente piacevole. Rimane ancora molto lavoro da svolgere per indentificare le condizioni in cuilavorano al meglio

Riferimenti bibliografici
[1] Duda, Hart, Stork, 2001
[2] J. Holland Adaptation in Natural and Artificial Systems, 1995, Addison-Wesley
[3] A. H. Wright, Genetic Algorithms for Real Parameter Optimization, 1992.
[4] J.R. Koza, Genetic Programming: On the Programming of Computers byMeans of Natural Selection, MIT Press, Cambridge, MA, 1992.
[5] Floreano, Manuale sulle reti neurali
[6] S. Russel, P. Norvig, Intelligenza Artificiale. Un Approccio Moderno. Vol.1, Seconda Edizione, 2005.27

Longo Luca - Algoritmi Genetici - Università degli Studi dell'Insubria - Computer Science

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sabato, gennaio 14, 2006

Vita da Lemmings

Chi non ha mai giocato con i Lemmings. Bhe forse le generazioni passate, intendo quelle prima dell'ultimo decennio del millennio scorso. Il lemming è un particolare roditore anglosassone dalle tendenze suicide. Pare infatti che, giunto a un determinato stadio della sua esistenza, abbia la abitudine di tuffarsi nel vuoto delle rocciose coste inglesi per trovare una spettacolare quanto immotivata dipartita.

Ed è su queste basi che DMA Design realizzò Lemmings, in pieno 1991, iniziando di fatto una nuova corrente di puzzle games. L'interfaccia prevede l'utilizzo del mouse per impartire ordini ai roditori e far si che gli stessi giungano alla meta incolumi.
Ma non sarà facile.
La genialata del gioco sta proprio nell'avere introdotto una situazione ludica gestazionale, in cui potremo tenere sotto controllo una vasta zona di interazione e deciderne i risvolti. Con il puntantore sarà possibile produrre ordini per un singolo lemming e fargli compiere determinate azioni tipo "costruisci una scalinata" o "arrampicati su di un muro" o anche "scava una galleria".

I lemmings sono scemi. Li vedremo deambuare come degli automi, urtare contro un muro e tornare indietro: all'infinito. Ed è quì che entriamo in gioco noi nel tentativo di salvare il maggior numero di bestiole, magari utilizzando un esploratore in avanscoperta che crei un ponte su di un corso acquifero e che spiani la strada verso l'incombente gruppo di beoti. Il bello è che il numero di azioni risulta limitato, cosichè il giocatore di turno sia costretto a pianificare adeguatamente ogni singolo ordine inpartito alle amebe.

Una cattiva gestione delle risorse "umane" significherà morte certa dopo una manciata di secondi di gioco. E dovremo anche decidere in fretta perchè vi è un tempo limite e, come detto, gli animaletti tirano sempre dritto immolandosi con piacere verso dirupi, piscine e ostacoli vari. Nella schermata preparatoria di ogni livello ci sarà indicata la percentuale minima di lemmings da portare alla meta, che se non rispettata vanificherà il salvataggio dei roditori che abbiano già ultimato il percorso. La difficoltà, crescente, non appare mai sbilanciata creandosi riscontro nella effettiva valicabilità di tutti gli enigmi presenti.

Si dice che per entrare nella storia sia necessario riuscire lì dove l'essere umano medio generalmente fallisce. Ebbene Lemmings è passato alla storia per avere inventato un nuovo modo di concepire il videogioco a enigmi, per aver saputo conciliare la frenesia visiva a una sfida cerebrale costante e per aver reso celebre una strampalata famiglia di roditori kamikaze.

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giovedì, gennaio 12, 2006

I problemi delle donne


M - "odio voi uomini!"
L - "pure me M?"
M - "sei uomo"
L - "bhe vedi tu"
M - "scherzo"
M - "pero siete proprio strani"
L - "no no"
L - "siete voi strane che vi fate troppi problemi"
M - "noi?????"
M - "guarda se ti racontassi cosa mi sta succedendo"
L - "dimmi tutto"
M - "capiresti che i problemi ve li fate voi"
L - "prova a dirmeli"
L - "e ti dimostrerò che è solo un caso"
M - "un caso???????"
M - "io e tutte le mie amiche siamo disperate"
M - "non esistono piu gli uomini di una volta"
L - "io.... "
M - "si ma sarai complicato lo stessso"
L - "io complicato"
L - "io sono l'uomo meno complicato della terra"
L - "mi va bene qualsiasi cosa"
L - "l'esperienza è alla base della vita....quindi tutte le esperienze sono buone, incrementano la capacità produttiva intelletiva dell'uomo"
M - "sei complicato vedi"
L - "non sono complicato, ho solo fatto un' affermazione"
L - "questo è il problema: ti sei creata un problema perchè hai visto un "tuo" problema"
L - "ma il problema non c'è"
M - "vuoi dire?"
L - "certo"
M - "ma cosa ti devo dire?"
L - "quello che vuoi"
L - "non sai neanche cosa dire, vedi"
L - "sciogliti"
L - "lasciati andare"
M - "dimmi come si fa a conquistare un maschietto"

pausa di riflessione...

L - "interessante la domanda: sii spontanea"
M - "senza cadere nella volgarita"
L - "bhe ovvio"
L - "a noi basta la semplicità più che mettersi in evidenza"
L - "parlare senza "menarsela", rispondere con un briciolo di tono e simpatia"

...the chat goes on...

E poi i problemi ce li facciamo noi.... mah

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martedì, gennaio 10, 2006

Sindrome dell'intossicazione tecnologica

Being digital? Giusta considerazione. E' normale essere digitali o pensare in digitale? Essere condizionati dalla tecnologia? Se la corrente dovesse mancare per una settimana? Cosa succederebbe? Scenari alternativi a quelli digitali...dunque.

I sintomi dell'intossicazione ad alta tecnologia [1] sono sempre più evidenti:
1) Ricerchiamo la soluzione già pronta in tutti i campi, dalla religione alla nutrizione.
2) Temiamo e veneriamo la tecnologia.
3) Non sappiamo distinguere tra l’originale e l’imitazione.
4) Accettiamo la violenza come un fatto normale.
5) Amiamo la tecnologia come se fosse un giocattolo.
6) Viviamo la nostra vita in modo distante e distratto.

E' stato un cammino lungo. Come quel tizio che il 1° gennaio si accontentava di una paga di 10 lire al giorno purchè si raddoppiasse ogni giorno: al 31 gennaio aveva 10 miliardi circa (ma se fosse stato il 3 febbraio 85 miliardi circa) [2].
Ci stiamo avvicinando a questi ultimi tre giorni per quanto riguarda lo sviluppo dell’elaborazione e delle telecomunicazioni digitali.

La digitalizzazione ha un tremendo impatto sul modo di pensare.
Il passaggio dagli atomi ai bit è irreversibile e inarrestabile. Il bit è il più piccolo elemento atomico del DNA dell’informazione. Qualunque informazione (scritta, parlata, cantata, fotografata, filmata) può essere trasformata in una sequenza di bit. Va di pari passo con la convergenza detta delle 4 C:
1c) Computer
2c) Communication
3c) Content
4c) Consumer

Non è una novità, ma oggi l’innovazione tecnologica sa sfruttarne le enormi potenzialità[2]. L’umanità è globale: i bambini di oggi cresceranno, grazie ad Internet, con una visione del mondo e dei problemi molto più vasta rispetto alla maggiore parte di noi. Per loro

il pianeta è un luogo unitario e una risorsa preziosa che va condivisa.



[1] John Naisbitt, High Tech High Touch, Technology and our Search for Meaning, 2000
[2] Being Digital, Nicolas Negroponte, 1995
[3] Negroponte - IBM Systems Journal - vol. 39

Nella foto un "Frammento" della mia scrivania - Luca

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domenica, gennaio 08, 2006

20qNet & Neural Networks

20Q.net è un gioco, ma è soprattutto un esperimento con un'Intelligenza Artificiale. Pensato un 'qualcosa', 20Q.net (ndA Twenty Questions) proverà ad indovinare l'oggetto che avete in mente con non più di 20 domande!

20Q.net è un gioco contro un'Intelligenza Artificiale che progredisce in scala, nel senso che man mano che si gioca, vi si inseriscono nuove informazioni che vanno a perfezionarlo. Tutto quel che 20Q.net conosce, e tutte le domande che pone, si può dire che provengano dai giochi effettuati in dieci anni di sperimentazione. Il programma è molto semplice ma il relativo comportamento è complesso.

Alla base del sistema vi è una grande, e sempre crescente, quantità di dati, ma, da un'altra prospettiva, ogni domanda può essere considerata un input di una rete neurale, mentre gli oggetti rappresentano gli output della rete.

Questa gioco in un Intelligenza Artificiale è il lavoro dello sviluppatore Robin Burgener di Ottawa. Burgener ha iniziato a sviluppare il software nel 1988 per soddisfare la sua curiosità riguardante i sistemi di autoapprendimento progressivo. La logica del programma sembra ragionevolmente semplice. Si parte con la costruzione di un albero. Se il programma fallisce, pone una domanda per differenziare l'ultimo oggetto dal nuovo oggetto. Ma, se un giocatore risponde ad una domanda da una differente prospettiva, il gioco sarà destinato a fallire; l'input del giocatore è conforme alla natura umana e non può essere 100 per cento coerente. (...per fortuna!)

In parole povere, il programma determina gli oggetti più probabili ed allora pone le domande che potrebbero eliminare la maggior parte di oggetti. Per limitare la confusione le risposte nel database hanno un peso riguardante le probabilità di successo, e in genere sono risposte sconosciute.

Provatelo: 20Qnet e ditemi se c'è qualche parola che non ha indovinato.

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venerdì, gennaio 06, 2006

La calza della befana

Se qualcosa può andar male lo farà: anche quest'anno la befana è arrivata. Come al solito non riesco a vederla, ma è arrivata, ne sono certo. Volete sapere perchè? Niente è facile come sembra.Tutto richiede più tempo di quanto si pensi. La calza è piena: wow. A dire la verità non l'ho ancora aperta. Chissà cosa c'è dentro. Non ci si può mettere a far qualcosa senza che qualcos'altro non vada fatto prima.

Se sei di buon umore, non ti preoccupare. Ti passerà. Lo so che preferivi una befana carina, in carne, bionda con gli occhi azzurri, ma la probabilità che qualcosa accada è inversamente proporzionale alla sua desiderabilità. Quando qualcuno cerca di raggiungere un obiettivo, sarà sempre ostacolato dall'involontario intervento di qualche altra presenza (animata o inanimata).

Sono curioso, la calza è li, davanti a me, piena, ma non so cosa c'è dentro. Sono stato cattivo oppure non cattivo (buono forse è troppo?!?). Premesse negative portano a risultati negativi. Premesse positive portano a risultati negativi. Cacchio non riesco a trovare la risposta: ho paura ad aprire quella calza. Però ho già i brufoli in faccia, temo che ci siano dei dolci. Lasciate a se stesse, le cose tendono a andare di male in peggio.

Ogni soluzione genera nuovi problemi. Quindi perchè aprire quella maledetta calza. Sorridi... Domani sara' peggio. Sentite, ci sarà un motivo per cui la befana è arrivata e la calza è piena. Se le cose sembrano andar meglio, c'è qualcosa di cui non stiamo tenendo conto.

La befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte, il cappello alla romana, viva viva la befana. Ma chi ci crede. Voglio la befana bionda. Le cose andranno peggio prima di andar meglio. Chi ha detto che le cose andranno meglio? La befana? Se sembra facile, è dura. Se sembra difficile, è fottutamente impossibile.

Sono arrivato ad una conclusione: adesso apro la calza, mangio tutto quello che c'è dentro, carbone o dolci che siano e....

ringrazio la mamma

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giovedì, gennaio 05, 2006

Intrappolati in università

E' una storia buffa e alquanto strana e forse un po' irritante.

Ero in università oggi, come quasi tutti i giorni dell'anno, quando non sono in qualche paese estero. Un amico (ndA Giangus) mi è venuto a prendere a casa e ci siamo diretti verso l'ateno insubrico che c'è in pieno centro a varese. Poichè i gradi acquisiti in università mi permettono di usufruire del parcheggio dei dipendenti della struttura, ho fatto parcheggiare l'autovettura del mio amico nel parcheggio accademico.

La nostra giornata nell'ateneo privo di studenti incominciò nel migliore dei modi alle ore 10:30. Alzammo la testa dal notebook ed erano le 14:30. Oooops, ci siamo dimenticati di mangiare. Io ero coinvolto nei miei algoritmi genetici e Giangus nel suo linguaggio C per risolvere un arduo problema del corso di Algoritmi e Strutture dati.

Dopo un panino veloce a base di mortadella di fegato (boh!?!) e emmenthal, ci rimettemmo nuovamente con gli occhi rivolti a quella distribuzione linux che, solitamente, usano i veri fedeli di Unix: la slackware. Erano le 18:00 quando G. mi chiese un aiuto su una funzione C che gestiva vari puntatori relativi a degli alberi red-black. Mi spostai dal mio laptop e mi sedetti davanti al suo notebook. Benone direi, dato che smanettavo che era una meraviglia e risolvevo qualche problema. Intanto c'era il tizio delle pulizie che puliva (giustamente) l'aula e il sospetto aumentava.

Ad un certo punto ritornò il tizio, con aria sempre gentile e ci disse che doveva chiudere l'aula studio: erano le 20:15. Cacchio, era tardi. Ooops, il C e la slackware ti fanno perdere la conizione del tempo. Se poi ci aggiungi (void *) e tabella hash, allora la cosa si fa seria.

Giustamente all'amico Giangus venne in mente che, data l'ora, c'era il rischio di rimanere chiusi in università: neanche a farlo apposta, avevano chiuso i cancelli e noi eravamo intrappolati in università. Ma dico vi rendete conto che schifo: in europa gli studenti hanno i badge per entrare nell'ateneo a qualsiasi ora, e gli studenti meritevoli, in Italia, vengono chiusi dentro. (lasciamo perdere)

Arrivati alle sbarre, fortunamente c'era il tizio, che ci aveva cortesemente invitati ad abbandonare la struttura, che ci ha aiutato a mobilitare la vigilanza, i bidelli che ormai erano a casa o ci stavano andando, e dopo ben 30 minuti siamo riusciti ad evadere dalla prigione.

Che dire, una bella avventura: siamo in Italia ragazzi! Enjoy Italy

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mercoledì, gennaio 04, 2006

Internet Killed The Video Star

C'era una canzone negli anni '70 dei mitici Buggles estratta dall'album "The age of plastic" che iniziava cosi:

I heard you on the wireless back in Fifty Two
Lying awake intent at tuning in on you.
If I was young it didn't stop you coming through.
Oh-a oh

They took the credit for your second symphony.
Rewritten by machine and new technology,
and now I understand the problems you can see.

Oh-a oh
I met your children
Oh-a oh
What did you tell them?

Video killed the radio star.
Video killed the radio star.
Pictures came and broke your heart.
.....


Una bella canzone vero? Adesso i ruoli sono stati scalati e la radio è stata sostituita dalla Tv e il video è stato surclassato da Internet. E' proprio cosi. L'altra sera stavo analizzando questa situazione e mi sono reso conto che saranno ormai un paio d'anni che non mi siedo sul divano per più di 30 minuti a guardare la televisione. Vuoi che la televisione "spazzatura" di adesso non offre niente di bello o almeno divertente, vuoi che il tempo libero è sempre meno, ma vuoi anche che il fenomeno Internet è sicuramente più gratificante.
Passo le ore al computer, sia per lavoro, che per studio, ma anche per svago. Con internet è possibile trovare, ormai, quasi qualsiasi informazione, canzoni, film e quant'altro ci venga in mente.
Lo definirei l'entertainment del futuro. Ci ho provato il primo di gennaio a sedermi sul divano, chissa che il detto "chi guarda la televisione a capodanno la guarda tutto l'anno", ma non ho resistito per più di 5 minuti, scoraggiato da una scarsa programmazione televisiva, ho preferito farmi una partita a scacchi online con degli amici.

Bhe che dire: Internet killed the Video Stars.

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domenica, gennaio 01, 2006

Pensieri di inizio viaggio...

Adoro i giorni che precedono la partenza: decidere che cosa portare, cosa fare, ogni volta diventa più facile fare a meno di qualcosa in più, scegliere un libro oppure lasciarli tutti a casa, decidere se portare il notebook o lasciarlo sulla scrivania.

Un sms, che mi conferma che il ritrovo è alle 10 in università, una chiamata per il ritrovo alle 9 (Sigh) in aula studio, una telefonata per la solita serata passata in palestra, un fischio per chiedere informazioni sui red-black trees, una telefonata per gli auguri di un nuovo anno ricco di soddisfazioni.

A Varese il tempo non permette di uscire come se fosse una tipica giornata di ferragosto, ognuno è arrivato a modo suo, con un’aspettativa diversa ma tutti volevamo la stessa cosa, il nuovo anno.

Ero in strada alle 12:00 quando ricevetti gli auguri dalla mia radiolina da un tizio che si trovava su un monte di 2000 metri. Mentre camminavo nella nebbia o quando affondavo i piedi nel cumulo bianco pensavo all’influenza della neve su di noi. Alcuni si lamentano un pò troppo spesso del maltempo. Vivendo la sensazione del momento ho pensato anch’io che, se il tempo fosse stato migliore, tutto sarebbe stato più facile e più bello. Ma il nuovo anno è arrivato, con la neve o meno, è arrivato e anche da un tempo non troppo sorridente bisogna saper trarre dei vantaggi.

E' arrivata quindi anche l'ora di partire, già di partire e di viaggiare seriamente. Il cammino è lungo, siamo solo all'inizio: la strada è articolata, fatta anche di pioggia e di vento! Altrimenti potevamo andare a camminare sul tapis roulant.... Viaggiare a piedi in inverno con il maltempo è quindi una splendida occasione per farsi delle domande e cercare le risposte. Per esempio su quanto ci sentiamo indifesi quando abbandoniamo le nostre piccole certezze quotidiane (casa-macchina-lavoro-telefono) per un mondo che, seppur dietro l’angolo, queste certezze non può offrirle.

Ma questo non ci ha tolto la voglia di divertirci e di vivere ogni momento (o quasi) intensamente. Non tutti sono ancora pronti per essere liberi o per provare ad esserlo e hanno bisogno di cose, che sono a volte oggetti (il cellulare per chiamare la mamma tutti i giorni) e a volte situazioni (stare davanti e arrivare primi).

Nonostante tutto, l'anno nuovo è arrivato, abbiamo superato il 2005 e naturalmente il grande viaggio inizia. Chissà dove ci porterà, quest'anno, la testa, il cuore e cosa ci porterà la befana.

Ringrazio tutti gli amici che mi hanno sopportato, che mi hanno aiutato, che mi confortano, che mi fanno sorridere, che mi fanno divertire.
Ringrazio altresì le persone che mi fanno incazzare, che mi stanno addosso, che pretendono tutto ma non danno niente in cambio, i menefreghisti, i presuntuosi: mi fanno più forte.

Ringrazio infine tutti coloro che amano viaggiare e coloro i quali viaggeranno con me in questo nuovo anno chiamato 2006.

Buon viaggio a tutti

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